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venerdì 22 ottobre 2010

C'ERA UNA VOLTA BANDIERA ROSSA


Ricordo le elezioni del 13 e 14 aprile 2008 quando la Sinistra Arcobaleno ha subito uno shock tremendo e non ha fatto più parte del parlamento italiano. Non avrei mai creduto che la Sinistra Arcobaleno scendesse sotto la soglia del 4%. Il risultato delle elezioni 2008 è stato disastroso per Bertinotti e compagni, al di sotto di ogni aspettativa. Quali sono i motivi che hanno causato questa sconfitta? La sinistra radicale non è stata più capace di scendere in piazza e interagire con la gente del popolo.Bertinotti nonvienepiù visto nell’ immaginario collettivo come una persona capace di stare in mezzo al popolo, capire i bisogni degli operai, dei disoccupati, delle casalinghe. Assomiglia sempre di più a un gentleman pieno di contraddizioni e il popolo non si sente più rappresentato da lui. Quello che doveva fare la sinistra l’ ha fatto e lo sta facendo Grillo.
E’ paradossale ma il posto della sinistra nel cuore della gente è stato preso da un comico.

LA CADUTA DEL MURO E LA FINE DEL COMUNISMO

In Europa il sogno del comunismo è finito insieme al crollo del Muro di Berlino. Considerando cosa ha rappresentato in Russia, in Cina e negli altri paesi dove è statoapplicato il comunismo, non possiamo provare una grande nostalgia. Un grande errore del marxismo è stato il fatto di usare una grande “energia” verso l’appiattimento e il conformismo delle masse. La dittatura del proletariato sulla borghesia è stata una “follia”. Tutta la massa proletaria non poteva governare quindi veniva rappresentata dal partito che gestiva la dittatura per conto del popolo. In questo modo finiva la dittatura del PROLETARIATO e rimaneva la dittatura del PARTITO. Cosa è realmente successo dopo il crollo del MURO?

TRASFORMISMO DEL P.C.I

I partiti comunisti europei hanno pensato di gettare via l’acqua sporca con tutta la biancheria dentro. Anziché riscrivere nuove pagine della storia con valori di libertà, di pace e di uguaglianza, si sono adeguati al modello imperialista vincente.Si è verificata la trasformazione del P:C:I in P.D.S e successivamente in D.S. Quando Moro e Berlinguer volevano porre le basi per il Compromesso Storico, la base comunista e democristiana ha manifestato un feroce malcontento. Oggi gli eredi di questi partiti hanno fatto molto di più, si sono fusi in un unico partito e cosi è nato il P.D. Oggi sia le forze politiche che gli elettori hanno smarrito valori e ideali. Forse è per questo motivo che raddoppiano i voti della Lega e l' Italia dei Valori di Di Pietro. Oggi i partiti non hanno più una base politicizzata. Da una parte ci sono i "poveri diavoli" che sperano in un posto di lavoro (per chi ce l' ha di mantenerlo) e dall'altra parte "avvoltoi" che desiderano fare carriera.
I partiti sono diventati strutture di potere utili soltanto ai propri candidati.. In particolar modo oggi bisogna pensare all'alternativa, riprendere in mano i valori di uguaglianza (non omologazione), libertà e pace e riproporli come le basi di un nuovo mondo. Occorre un movimento di gente che non sia "asservita" al potente di turno. Un movimento senza servi ne padroni per realizzare una società di uomini e donne più libera e giusta. Auspico una Italia nuova che da voce
a chi oggi non c'è l'ha:agli emarginati, ai sfruttati, ai clandestini, ai disoccupati.
Soltanto recuperando i contenuti di una cultura fatta di concetti come uguaglianza, libertà, rispetto e solidarietà; rilanciando movimenti di lotta e rivendicazione dei diritti, la sinistra italiana può ripartire per cambiare in meglio questa società.

mercoledì 6 ottobre 2010

DOPO LA FIDUCIA AL GOVERNO: la tregua armata

Ascoltando il dibattito nei due rami del Parlamento, mi pareva di assistere ad una scena surreale: un presidente del consiglio che per anni non ha perso occasione per svilire il Parlamento e la concezione stessa della democrazia rappresentativa, è venuto in quel luogo a riproporre l’idea di un’Italia vista come il migliore dei mondi possibili, tacendo su quante e quali siano le questioni irrisolte e mai affrontate. Vista la situazione, il tono è stato molto attento a non creare occasioni di frattura nei confronti di Futuro e Libertà. Ed i famosi “5 punti” altro non erano che pezzi del precedente programma del PdL impastati in modo da mettere insieme un qualcosa dal quale Fini ed i suoi non potessero sfilarsi.
Il cavaliere non ha infatti condotto il dibattito parlamentare come un bilancio di due anni di governo, cosa che sarebbe logica in una democrazia parlamentare, ma semplicemente allo scopo di cercar di neutralizzare e, se possibile, rendere irrilevante Futuro e Libertà.
Due erano i suoi obbiettivi:
1-Ottenere comunque la maggioranza, per non precipitare verso elezioni per le quali, visti i sondaggi, la situazione siciliana, lo straripare della Lega, non si sente affatto pronto; ed in ogni caso non lo sarà per un periodo di tempo non breve. Occorreva quindi comunque il voto dei finiani e del MPA. Era infatti evidente che, anche se le operazioni di acquisto, dapprima delegate a Nucara onde darvi un minimo di parvenza politica e poi, dopo il fallimento di questo tentativo, gestite in proprio e con più solidi argomenti, avessero sortito un risultato, questo sarebbe comunque stato insufficiente a garantire un minimo di governabilità senza l’apporto di Fini & C.
2-Ciò premesso, era parte essenziale della strategia del cavaliere il poter dimostrare una propria autosufficienza parlamentare, da esaltare mediaticamente, anche se -ripeto- questa avrebbe avuto un significato più simbolico che pratico. Ma, in politica, i simboli contano anch’essi, e per la grancassa mediatica, ancor di più.

Se il primo obbiettivo è stato ovviamente raggiunto, il secondo è stato nettamente mancato alla Camera, anche se il giorno dopo, al Senato, il cavaliere ha potuto parlare di un “allargamento della maggioranza”, dovuto ai transfughi di API e UdC. Ma il vero tentativo di allargamento “politico” della maggioranza, quello affidato a Nucara, era da giorni clamorosamente fallito.
E, se Berlusconi ha centrato il primo obbiettivo, ciò è stato solo per l’evidente ragione che nei disegni di Fini non c’era e non c’è alcuna strategia che preveda una sua collocazione al di fuori dell’area della destra. In aggiunta, non ha alcun interesse a rompere con la maggioranza ed a creare una situazione di ingovernabilità che avvicini le elezioni e che otterrebbe, semmai, il solo effetto di render meno aleatoria l’ipotesi di un governo tecnico. La dimostrazione di questa asserzione è arrivata puntuale, alla Camera, da Bocchino, in un intervento infarcito di “si, ma” e “ma anche”, che ha dato nettissima la sensazione che Futuro e Libertà non abbia e non avrà, a meno di più che evidenti provocazioni, alcuna intenzione di far saltare la maggioranza. E le provocazioni, più o meno gravi, arriveranno solo quando Berlusconi vi avrà ravvisato quell’utilità che oggi non vede. Nel frattempo, ciascuno dei due contendenti cercherà di ribadire la propria visione delle cose, con interventi e dichiarazioni, ma stando ben attento a non superare il punto di non-ritorno.
Ma il fatto di non aver conseguito l’autosufficienza di quota 316 (che comunque, nessuna persona sana di mente potrebbe immaginare come di per sé sufficiente a proseguire l’attività di governo), mette in difficoltà il cavaliere. Il quale sa benissimo che, alla fine, otterrà sempre l’appoggio della nuova maggioranza a tre gambe, ma solo dopo estenuanti trattative, stretto com’è tra la Lega e Fini. Si profila quindi, per il momento, un classico governo di coalizione, simile per tanti aspetti a quelli della aborrita Prima Repubblica: assisteremo a defatiganti ed il più delle volte poco concludenti vertici di maggioranza, nei quali il prezzo che il PdL dovrà pagare a Lega e FL sarà sempre più alto.
La conclusione è, quindi, che in questa sorta di “drole de guerre”, si sia arrivati per il momento ad una specie di armistizio tra il presidente del consiglio, palesemente indebolito, e quello della camera che, pur avendo conseguito un risultato importante e comunque in linea con quelli che erano i suoi obbiettivi, non è oggi in grado, ammesso che pure lo voglia, di scatenare l’affondo.

Adesso, la questione è cercar di capire cosa potrà scaturire da questo armistizio, per sua natura del tutto instabile: esso potrebbe risolversi con la ripresa delle ostilità ed una rottura definitiva, cui seguirebbero elezioni quasi immediate con l’attuale legge elettorale. E’ quanto spera, con lucidità, la Lega, che sa che da una prova elettorale avrebbe per il momento, solo da guadagnare. Ma Bossi, a sua volta, non può far saltare un tavolo al quale, bene o male, è legato il pasticcio del federalismo fiscale. E, con altrettanta facilità, la finta guerra potrebbe risolversi, come più volte è stato, in una intesa politica che aspiri a durare per tutta la legislatura. Certo, lo scoglio della questione giustizia resta in mezzo alla rotta ad ostacolare questa prospettiva, ma occorrerà vedere se alla fine le ragioni della convenienza reciproca non faranno sì che, in un modo o nell’altro, questo possa essere superato.
Su questo gioco di equilibri instabili si consuma la prosecuzione della legislatura, in una commedia del tutto avulsa dai veri problemi del Paese.

E l’opposizione? La discussione in Parlamento è stata lo specchio dei limiti e delle difficoltà in cui anch’essa si dibatte. Il PD pensa ad una sorta di CLN delle opposizioni, per costituire una coalizione che abbia l’obbiettivo di sconfiggere la destra e la costituzione di una maggioranza di governo finalizzata alla modifica della legge elettorale e, prevedibilmente, a realizzare alcuni provvedimenti “di minima” indirizzati ad affrontare almeno le più urgenti tra le emergenze economico-sociali. In sostanza, un governo di emergenza democratica ed economica.
Metodo, questo, in sé condivisibile, se non altro perché è difficile intravedere vie di uscita diverse. Ma un disegno del genere deve fare i conti, innanzi tutto, con le posizioni dei centristi. E qui cominciano i problemi.

Il Terzo Polo appare più come un oggetto di discussione accademica, che come il soggetto di una concreta prospettiva politica. Per esser tale, dovrebbe riuscire a coinvolgere un Fini che invece ha affermato chiaramente che la sua polemica col cavaliere è, e resta, interna alla destra. E dovrebbe sperare in una non facile esplosione del PD. Non solo; la prospettiva del Terzo Polo appare minata da una labilità politica di fondo: significativo, da questo punto di vista, l’intervento di Bruno Tabacci, che in un ragionamento serrato e consequenziale, ha imputato al cavaliere, oltre alle concezioni populiste ed alle politiche ad personam, una sostanziale inadeguatezza derivante più da quanto non ha realizzato o realizzato male e parzialmente del suo programma di governo, che dal fatto che tale programma fosse indirizzato verso una direzione sbagliata. Come dire: “Apprezziamo il progetto, ma non il modo col quale è stato attuato”. Mi sembra, questo, un ben debole modo di immaginare il ruolo di un Terzo Polo alternativo alla destra ed alla sinistra, a meno che il concetto di alternativa alla destra non si riduca all’aspirazione a candidarsi ad una più efficiente attuazione di quelle politiche di destra, sulle quali, immeritatamente, Berlusconi ha conquistato il suo consenso.
E’ questo un equivoco che Casini e Rutelli dovranno sciogliere alla svelta.

In quanto all’idea di un fronte comune delle opposizioni, destinato a costituire una maggioranza di tipo CLN, finalizzata a pochi ed urgenti interventi, questa deve evitare il rischio di nascere negli equivoci. Perché possa adempiere credibilmente al proprio ruolo, ed in funzione di questo conquistare la maggioranza dei consensi, occorre che, con molta chiarezza, tutti i soggetti costituenti definiscano preventivamente le loro posizioni in ordine alle più urgenti tra le emergenze del Paese, tanto quelle riguardanti il funzionamento della democrazia, che quelle economico e sociali; e, a partire da queste posizioni, si trovi una base d’intesa che, senza alcuna pretesa di essere esaustiva ed in grado di risolvere i problemi strutturali del paese, sia la più ampia possibile, e comunque tale da poter governare almeno le più immediate emergenze economico-sociali; e su questa, presentarsi, quando sarà, a chiedere il consenso dei cittadini per un Governo di emergenza sostenuto dal voto popolare, che non necessariamente dovrà durare un’intera legislatura.
Non è pensabile che un fronte di opposizione che aspiri a diventare maggioranza possa proporre ad un Paese che “non ce la” fa null’altro che la riforma della legge elettorale: occorrono urgenti interventi per correggere una rotta profondamente sbagliata sulle questioni economico-sociali; occorrono azioni immediate per ripristinare un minimo di coesione ed equità sociale e territoriale; occorre che si metta mano a ragionamenti complessivi circa gli indirizzi di politica industriale da seguire.

Occorre parlar chiaro agli italiani: dire loro che la proposta comune dell’ opposizione riguarda il ripristino dei loro diritti di cittadini e la messa in sicurezza di normali condizioni di vita democratica (il che significa anche intervenire su questioni quali l’informazione televisiva ed il conflitto di interessi); e dir loro che riguarda solo i più urgenti provvedimenti di politica industriale e sociale, senza la pretesa di poter avviare a soluzione le questioni strutturali del Paese. Per queste ci vorrà, superata l’emergenza, una “vera” maggioranza politica.

Quindi, è necessario avviare questo processo nella chiarezza: le forze di opposizione non possono rinviare all’infinito la definizione delle loro proposte e delle concezioni di società che ne sono alla base. Che non saranno -lo sappiamo- tutte coincidenti. E, a partire da queste, occorre definire i punti minimi che ci si impegna reciprocamente e davanti agli italiani a portare avanti, ad iniziare dalla modifica della legge elettorale ed a finire con i più urgenti provvedimenti economico-sociali.

Occorre cioè che gli italiani vengano messi in condizione di scegliere due cose:
La prima: se dare o meno la fiducia ad una coalizione che si proponga la sconfitta di questa destra e, oltre al riavvio di normali processi democratici, il governo dell’emergenza economica.
La seconda: di esprimere il proprio voto, all’interno di questa coalizione, iniziando ad orientarsi ed a scegliere sulle diverse prospettive per il futuro e per la soluzione definitiva delle arretratezze ed iniquità del Bel Paese. Cosa, quest’ultima, che diventa possibile solo se si avvia quel processo di chiarificazione di cui si è detto sopra, e se le diverse componenti dell’opposizione, pur presentandosi agli elettori in rapporto di coalizione, propongano le loro idee, i loro punti di vista, le loro facce, le loro liste.
In sostanza, stante l’attuale legge elettorale, con la quale si andrà prima o poi al voto, occorre che venga loro proposto lo schema di un bipolarismo aperto, plurale, e non bipartitico. Se l’arroccarsi dei centristi su una visione tripolare renderebbe impossibile la premessa di questo processo, l’immaginare una coalizione indistinta e catalizzata unicamente dall’antiberlusconismo, presumendo di non far emergere le differenze, in modo particolare sulle idee di società che si intende portare avanti, renderebbe impossibile agli italiani di prender parte ad un reale dibattito politico. Cosa della quale, invece, c’è un profondo bisogno, che i partiti, ed anche quelli della sinistra, non hanno da lungo tempo facilitato.

E credo anche che la convenienza elettorale debba indurre a ciò. Oggi siamo in presenza di un vastissimo astensionismo di sinistra: è lì, in termini numerici, la ragione prima della vittoria della destra. E’ più che fondato il sospetto che questo non possa essere recuperato sino a che il centrosinistra (e soprattutto il PD) proceda con il passo attuale, e sino a che le diverse forze del centro-sinistra non si presentino con le loro idee e con liste proprie. Non si deve dimenticare che il meccanismo della lista bloccata scoraggia l’elettore portatore di una propria concezione politica a votare per una lista nella quale la persona cui intenderebbe dare la propria fiducia, pur presente in quel collegio, non è in condizioni di eleggibilità.
E, se il principio, come giustamente è stato detto, è quello che “non un voto deve andar sprecato”, è allora necessario che il fronte delle opposizioni si presenti sì con un programma minimo unitario chiaro e condiviso, sul quale il leader della coalizione gioca tutto, ma al tempo stesso sappia presentare un’offerta politica chiaramente articolata e selezionabile dagli elettori.

L’esempio del CLN è pienamente calzante. Questo non si costituì come un generico ed indistinto fronte di antifascisti. L’impegno comune attorno al quale si sono raccolti i partiti del CLN, che poi affrontarono le elezioni per la Costituente, non impedì che questi fossero presenti con le loro idee, con le loro persone, con i loro programmi, nettamente diversi l’uno dall’altro, e non impedì che nel periodo intercorso tra l’autunno 1943 e l’estate 1945 questi non proseguissero la loro opera di elaborazione culturale e politica e di proselitismo.

(vedi anche: “Una tempesta nel pantano: http://www.spazioliblab.it/?p=2371, e “Quale Nuovo Ulivo” : http://www.spazioliblab.it/?p=2458)

Gim Cassano (Alleanza Lib-Lab), 04-10-2010.

giovedì 23 settembre 2010

ELUANA ENGLARO un lungo cammino di civiltà


I riflettori si sono spenti e Eluana Englaro riposa in pace, ma la sua vicenda sta continuando a condizionare il confronto politico e particolarmente l'esame del provvedimento sul testamento biologico. Vogliono cancellare il "diritto di scelta" per tutti i cittadini. Sul testamento biologico è stato votato un testo massimalista. Non c'è stato nessun "punto d'incontro" con gli altri soggetti politici. E' questo il "partito della libertà"? Si sono posti seri limiti alla libertà di cura dei cittadini. Si parla di coscienza ma la libertà di coscienza non può essere invocata a senso unico.
Essere "liberi" non significa essere felici, a volte la scelta è molto dolorosa ma la libertà di pensiero consiste in questo: scegliere, soffrire, vivere o morire  senza che il governo o la Chiesa entrino nel letto dei pazienti. A questo bisogna mettere un argine. Stiamo vivendo una regressione culturale impressionante che è all'origne della nebbia che ci avvolge. Esiste un'informazione devastante che ha le sue origini in questa regressine culturale.
Bisogna riflettere. Beppino Englaro ha fatto pensare molti cittadini, così come aveva fatto Piergiorgio Welby.

La maggioranza ha posto la questione cominciando dall'articolo 1 del disegno di legge, dove si dice: "La Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile e indispensabile". Non nego che questo discorso sia giusto, ma la disponibilità della propria vita spetta al singolo individuo. La rivoluzione del consenso informato, il ribaltamento della relazione del medico col paziente, l'attribuzione della persona di decidere liberamente della propria vita. Vogliamo negare tutto questo?
Beppino Englaro ha intrapreso una dura battaglia durata 17 anni, io lo ritengo un eroe civile perché non ha preferito nascondersi nella clandestinità. Penso che debba essere un esempio per tutti. Molte menzogne sono state dette in tv tra le quali:
1) Una falsità è dire che l' alimentazione artificiale è una terapia: non lo è.
2) Hanno detto che Beppino Englaro avrebbe richiesto la sospensione della terapia perchè sconvolto dal dolore. Non è vero. Lui afferma che: "Eluana era una ragazza che amava la libertà, diceva sempre che non avrebbe voluto vivere una vita che non è vita. Sono suo padre e voglio rispettare la sua volontà".

E' giusto e sacrosanto rispettare la volontà di una persona, in questo caso di Eluana e suo padre lo ha fatto. La Chiesa cattolica parla di misericordia e, nel contempo, taccia Beppino Englaro di assassinio. Usiamo misericordia verso questo padre che ha sofferto e lottato per 17 anni per porre fine a una tragedia senza speranza.
Desidero terminare questo articolo con le parole pronunciate al sinodo del 1998 della chiesa valdese:" Il medico che si rende disponibile all'eutanasia attiva o passiva al fine di porre fine alle sofferenze e esaudire le richieste del paziente non viola alcuna legge divina, ma compie un gesto umano di profondo rispetto".

mercoledì 1 settembre 2010

IL VOTO ALLE DONNE: Un lungo cammino di civiltà


Bisogna riconoscere che la battaglia per il riconoscimento del diritto di voto alle donne, dall'800 al 1946 è tutta in salita. La questione non trova molti consensi nel mondo politico ai primi del 900. Il debutto del voto femminile avvenne nelle elezioni per la ricostutuzione delle amministrative democratiche che si svolsero dal 10 marzo al 7 aprile 1946 in 5.772 comuni. Le donne parteciparono a questo diritto civile in modo molto massiccio, contribuendo a eleggere le prime consigliere comunali. Ma la vera "prima volta" delle elettrici italiane si ebbe con il voto del 2 giugno per il referendum istituzionale e l'Assemblea costituente.

Circa il 90 per cento delle elettrici si recò alle urne. Tra le prime parlamentari italiane che si batterono affinché la Costituzione sancisse l'uguaglianza giuridica fra i sessi ricordiamo le comuniste Teresa Mattei, Teresa Noce, Nilde Jotti e la socialista Lina Merlin.

Nel 1864 Anna Maria Mozzoni nell'opuscolo LA DONNA E I SUOI RAPPORTI SOCIALI denunciava quanto segue: "La donna ha sempre subito la legge, senza concorrere a farla". In quell'epoca al movimento socialista stava più a cuore la legislazione sociale che non il voto alle donne, considerato un obiettivo borghese.

Nel 1910 la questione del voto alle donne fu al centro di un acceso contrasto fra Filippo Turati e la sua compagna Anna Kuliscioff ; Turati era contrario e Anna Kuliscioff favorevole a impegnare il partito socialista in questa battaglia. Tuttavia nel 1912 alcuni deputati socialisti (tra cui lo stesso Turati) proposero un emendamento per estendere il diritto di voto alle donne. Giolitti considerava il voto alle donne "un salto nel buio" e l'emendamento fu respinto con 209 voti contrari, 48 a favore e 6 astenuti.

La questione tornò di attualità dopo la prima guerra mondiale. Anche il papa Benedetto XV si pronunciò a favore del voto alle donne.
Il 6 settembre 1919 la Camera approvò con174 voti favorevoli e 55 contrari la legge che concedeva il voto alle donne. Prima che il provvedimento fosse approvato dal Senato, si verificò lo scioglimento delle camere. Nella nuova legislatura stesso iter: legge approvata dalla Camera dei deputati, ma il Senato non fece in tempo ad approvare la legge.

La marcia su Roma di Mussolini fece saltare tutto. La primavera del 1946 era ancora molto lontana.

giovedì 19 agosto 2010

UNA TEMNPESTA NEL PANTANO

di: Gim Cassano

Lungi da me il sottovalutare significato e conseguenze del “divorzio” tra Berlusconi e Fini, dopo che questi è stato cacciato di casa per manifesta infedeltà tribale. Ma -ed occorrerebbe che la presunta opposizione se ne renda ben conto- non è lecito vedervi quel che non c'è. E non è lecito tentare di mascherare la propria incapacità di proposta sognando scorciatoie miracolistiche per uscire da una crisi nella quale i disastri morali, politici, istituzionali, economico-sociali si intrecciano ed aggravano a vicenda.

Credo che possa essere un utile esercizio il cercare di riportare ai dati di fondo i ragionamenti sulla crisi esplosa all'interno della maggioranza di governo, evitando di ammantare di significati ispirati essenzialmente ai propri desiderata un fenomeno che, a mio parere, è nato -e resta- tutto interno alla destra.

Mi riferisco ai ragionamenti che al riguardo sono stati fatti in primo luogo dai centristi dichiarati, interessati a vedervi la conferma della prospettiva del Terzo Polo, ed in secondo luogo dagli aspiranti centristi che, fuori e dentro il PD, sperano in una qualsivoglia soluzione, anche solo apparentemente diversa dal governo attuale, purchè consenta il realizzarsi di un qualche rimescolamento di carte, e purchè consenta di non affrontare le temutissime elezioni a breve.



Se la cacciata dei finiani dal PdL fornisce l'ennesima conferma circa il modo di concepire la politica che è proprio del sultano, dobbiamo però riconoscere che il tutto non rappresenta una novità, e che è solo il Presidente della Camera a fingere di stupirsi e di indignarsi al riguardo. Ed intanto, prima di ogni altra considerazione, e prima di astrologare su fulminee conversioni alla concezione di uno Stato Liberale, non sarebbe inopportuno porgli alcuni, non irrilevanti, quesiti:

dov'erano l'attuale Presidente della Camera, Della Vedova, Bocchino & C. quando si votavano le leggi ad personam?

si sono accorti solo adesso che la concezione politica che il cavaliere persegue è tale da rendere il Paese più simile ad un miserabile sultanato governato dall'arbitrio che ad uno Stato governato dal diritto?

ed ancora, dov'erano quando si sono fatti i patti con la Lega, con il federalismo quale prezzo del mercato? O quando si sono dilapidati denari pubblici per metterli nelle tasche dei “capitani coraggiosi” di Alitalia e per salvare dal fallimento Air-One? O ancora quando si è votato lo scudo fiscale? E quando si è votato il “Porcellum” o la sordida legge elettorale europea?

Non mi pare che coloro che oggi si raccolgono in Futuro & Libertà, tanto che si tratti del generale che dei suoi colonnelli o caporali, possano esser considerati estranei alla trasformazione del Bel Paese in quella fogna a cielo aperto della quale essi oggi avvertono il tanfo e di cui affermano di dolersi; e mi pare che non possano, a partire da Fini, svegliarsi oggi dicendo: “non so; non c'ero, e se c'ero, dormivo”.

Questa precisazione, di metodo, è necessaria per aver chiaro che non abbiamo a che fare con nuovi campioni della liberaldemocrazia. Che non è una teoria astratta, ma una prassi che non necessita di campioni improvvisi ed improvvisati, e che si fonda su una pratica umile, costante e coerente e su un kantiano rigore intellettuale, politico e morale: e non mi pare di potere osservare grandi dosi.

Ed è necessaria per rendersi conto dei limiti intrinseci, che d'altra parte non solo non sono mai stati smentiti, ma sono anche stati dichiarati, dell'iniziativa del Presidente della Camera. Il quale ha ribadito, ovviamente, la propria appartenenza alla maggioranza di governo, a questa maggioranza.

Il dato essenziale è che ad un matrimonio dettato da considerazioni di opportunità, è subentrato oggi un divorzio dettato da analoghe considerazioni. Lungi da una folgorazione sulla via di Damasco della democrazia liberale, Fini si è reso perfettamente conto che nel PdL berlusconiano il suo ruolo politico, sia pur di n° 2 e di potenziale erede, era venuto meno, e che buona parte dello staff di AN si era fatto volentieri fagocitare nelle concezioni e, soprattutto, negli interessi del sultano.

Ha così imboccato l'unica strada che gli restava aperta: quella della differenziazione politica, portata avanti sui terreni che più gli risultavano favorevoli ed opportuni: quello del rapporto con la Lega e quello del rispetto dello Stato di Diritto e delle sue regole, sui quali poteva realizzarsi la saldatura delle reminiscenze nazionaliste dei post-fascisti con la visione di una Destra più gaullista che peronista.

L'obbiettivo del Presidente della Camera, una volta buttato fuori dal PdL, è quello di riuscire ad imporre ad un cavaliere non più all'apice del gradimento un sistema di governo fondato su rapporti politici tra alleati, anziché tra padrone e servo. Nei suoi atti, nelle sue dichiarazioni, non è possibile leggere altro che una contesa tutta interna alla destra: a quella destra che ha ridotto il Paese nelle condizioni in cui si trova.

Per parte sua, Berlusconi sa bene che ciò significherebbe scalfire la sua concezione autocratica, restituendo un minimo di vita propria alle Istituzioni, e sa bene che ciò renderebbe meno facile la strada per venir “unto” da una sorta di plebiscito popolare nelle vesti di padre-padrone della patria, cosa che gli consentirebbe di bypassare il discredito morale che lo caratterizza, di imporre le “sue” riforme e, a questo punto, di rimettersi in gioco per la presidenza della repubblica. Questa è la materia del contendere; non altra.

Viste così le cose, mi sembra che la crisi della destra seguita al “divorzio” possa realisticamente avere due soli sbocchi:

-Il primo:

Che Berlusconi “imponga” le elezioni anticipate. Con il rischio più che concreto che il Paese precipiti in una campagna elettorale che al sultano risulterebbe facile impostare in termini di plebiscito personale e di sostanziale richiesta del contemporaneo via libera a maggiori poteri all'esecutivo e ad un federalismo disgregatore [risuoneranno i ragionamenti sulla “vecchia politica”, sulla semplificazione del quadro politico, sull'inutilità dei partiti e del Parlamento], ed alla quale l'afasia del Centro-Sinistra, e del PD in particolare, avrebbe ben poco da opporre, se non la consueta difesa di retroguardia e di rimessa.

E, ancor peggio: il voto con l'attuale legge elettorale tenderebbe a riproporre il fallito schema bipolare a vocazione bipartitica del 2008, assegnando ai due maggiori partiti la funzione di arbitri supremi dell'uno e dell'altro campo: la mancanza del voto di preferenza, oltre che non consentire ai cittadini la scelta dei propri rappresentanti, ha anche l'effetto surrettizio di rendere possibili, e quindi appetibili, eventuali accordi riguardanti la presenza in condizioni di eleggibilità nelle liste dei partiti maggiori di candidati provenienti dalle formazioni minori: strumento fortissimo messo nelle mani dei primi per disegnare a tavolino la geografia del proprio emisfero politico.

-Il secondo:

Che invece il sultano, convinto dalle colombe del suo partito, dalle prevedibili resistenze del Quirinale, sul quale non a caso si scatenano gli attacchi dei talebani del PdL, da sondaggi non più splendidi, dal rischio (grave in termini elettorali al Sud) di doversi presentare avendo come unico alleato una Lega, fedele sì, ma che non concede gratis alcuna fedeltà, e che continua ad alzare il prezzo man mano che essa si rivela sempre più insostituibile, pur continuando a brandire il randello elettorale, in realtà lasci decantare le cose. E che, a condizione di non ricevere ulteriori “provocazioni”, si acconci ad un governo fondato sul rapporto tra alleati e almeno all'apparenza non autocratico. Fini potrebbe così sostenere di aver ottenuto ciò che voleva, ma il sultano continuerebbe ad esser tale, pur avendo concesso qualcosa al suo avversario. E, in questa ipotesi, sarebbe interessante vedere quanta e quale volontà di continuare a stare all'opposizione resterà nella cosiddetta terza forza.

Altre possibilità, ad oggi, mi paiono inesistenti o del tutto oniriche, ed occorre non farsi illusioni su cosa ci attende nei prossimi mesi: una politica condotta da un governo incerto ed indebolito, sempre più pesantemente costruito sull'asse con la Lega, incapace di affrontare uno solo dei problemi del Paese (non avendone l'interesse), e screditato sul piano morale; ma reso forte, in assenza di alternative politiche percorribili e durevoli, dal fatto di avere in mano il pulsante rosso della bomba atomica elettorale.

Coloro che vagheggiano governi di transizione, di garanzia, istituzionali (per citare solo alcuni degli aggettivi dei quali si è sentito straparlare in questi giorni), dovrebbero anche indicare quali forze, presenti oggi in Parlamento, dovrebbero sorreggerli, e quali sarebbero i punti minimi ed irrinunciabili che un governo di tal fatta dovrebbe attuare. Ed appare assolutamente poco credibile che governi del genere possano avere la forza di portare a compimento una nuova legge elettorale, che sarebbe, in definitiva l'unica vera ragione che ne potrebbe giustificare l'esistenza, e riguardo alla quale, tra l'altro, le idee sono tutt'altro che chiare.

Ma ciò non basta: la crisi che il Paese sta attraversando non riguarda solo il funzionamento del sistema politico. Vi sono vere e proprie emergenze economiche, occupazionali, sociali. Queste hanno tutte origini antiche, preesistenti alla cosiddetta crisi finanziaria esplosa due anni fa. E sono radici a carattere strutturale: bassa crescita, iniquità fiscale e sociale, eccessive disparità economiche, bassissima mobilità sociale, progressiva estensione della fascia della povertà e della quasi-povertà, che viene a toccare anche la “lower middle-class”, progressiva concentrazione della ricchezza, profitti eccessivi di banche, assicurazioni, utilities; il tutto aggravato da disoccupazione, sottoccupazione e cattiva occupazione, dalle difficoltà economiche dell'apparato produttivo, e dalla carenza e mancanza di generalità del welfare. Al che si aggiunge, come ultimo e durevole frutto dell'età berlusconiana, il dilagare di una corruzione sfrontata e sfacciata, ed il venir meno di ogni barlume di etica pubblica, di equità, di coesione sociale e territoriale.

Coloro che oggi governano, Fini ed i suoi compresi, non hanno fatto nulla per ovviare a tutto ciò; anzi, al contrario, hanno aggravato i problemi con provvedimenti il più delle volte inutili, spesso iniqui. Non per insipienza, ma per deliberato ragionamento; il modello di società che si aveva in mente era ben diverso da quello di una società aperta e coesa.

Se ad un governo “di transizione” non compete certo il dar risposte a tutti i problemi del Paese, esso potrebbe avere un senso solo ove fosse in grado di avviare le condizioni, a partire da una nuova legge elettorale e dal ripristino delle condizioni minime di agibilità democratica (conflitto di interessi, libertà di informazione, ripristino del ruolo del Parlamento) per le quali queste risposte possano esser date.

Ma, ed è qui il punto, tali condizioni non sussistono. Se a destra, a partire dalla Lega, vi è la più totale chiusura su questi punti, il centro è interessato unicamente a rientrare in una qualsiasi maniera in gioco, per affermarsi come forza in grado di condizionare l'uno o l'altro dei due schieramenti alternativi (Francia o Spagna), e dal PD non arriva alcuna idea di società che possa apparire convicente agli italiani.

Non sembra plausibile, quindi, ritenere che sussistano le condizioni per le quali un governo “di transizione” possa avere un senso politico, se non quello di promuovere e sperimentare nei fatti una possibile alleanza tra destra e centristi.

Se si osservano le cose da questo punto di vista, appare in tutta la sua equivoca inutilità la proposta di una eterogenea “Terza Forza” quale potenziale asse della politica italiana, e nella quale molti vorrebbero vedere arruolarsi i finiani e Montezemolo insieme a Casini e Rutelli, con la benedizione di Chiesa e Confindustria. Mi pare difficile che questo progetto possa andar oltre la razionalizzazione degli attuali equilibri sociali e politici, presentando al Paese, forse, e nella migliore delle ipotesi, politiche di destra meno indecorose delle attuali, ma pur sempre orientate al conservatorismo culturale e sociale. Definire come modernizzatrice e liberale questa prospettiva, quando invece vi sarebbe bisogno di interventi e riforme strutturali che, lungi dal razionalizzarle, invertano le tendenze seguite negli ultimi anni, appare la perpetuazione dell'equivoco italiota tendente a confondere le concezioni liberali col moderatismo conservatore.

Tutto ciò detto, sarebbe miopia non valutare il significato e le conseguenze di quella che, a tutti gli effetti, oltre che la crisi della destra, è la fine del bipolarismo a vocazione bipartitica; e, forse, dello stesso bipolarismo. Una cosa è sicura: che il tentativo di forzare l'omologazione speculare della destra e del centro-sinistra su due partiti-contenitore a cosiddetta vocazione maggioritaria, è fallito. A destra ed a sinistra, PdL e PD devono fare i conti con quanto avevano cercato di evitare utilizzando lo strumento della legge elettorale nazionale ed europea: la necessità di dover fare i conti con altre formazioni. Il che, a ben vedere, è l'essenza della politica.

Ma, perché il bipartitismo autoritario possa venir meno, sarebbe necessaria la presenza di “veri” partiti politici, e non i loro simulacri in veste di partito-persona o di partito-contenitore nel quale è possibile pescare un po' di tutto.

Se questo ragionamento riguarda la destra come la sinistra, è su quest'ultimo versante, che mi pare più pressante. Non solo perché è quello che costituisce il mio ambito di riferimento politico, ma soprattutto perché è il concetto stesso di “sinistra”, nella sua accezione universale, a stridere fortemente con l'idea del partito a vocazione leaderistica, o con quella del partito-contenitore. Che sono forme politiche non a caso tipiche della tradizione della destra e del centrismo conservatore, e che in Italia si sono diffuse anche al di fuori di quest'area.

Così avviene che, anche a sinistra, nella generale incapacità di proposta, si privilegi il ragionamento su contenitori e prospettive dei relativi leaders, entro i quali ed al seguito dei quali non appare chiaro ai cittadini cosa realmente si intenda proporre, ed a chi ci si intenda rivolgere: si ha la sensazione che si guardi ad un Paese irreale ed astratto dalle questioni che realmente toccano ed interessano gli italiani.

Ne segue che si praticano comportamenti mancanti di visione strategica, e che la ragion politica si riduca ad un puro gioco nel quale è possibile ogni scelta (vedi, ad esempio, il comportamento del PD in Sicilia). E così si finisce col sognare più o meno apertamente eventuali scorciatoie che potrebbero esser offerte dalla crisi della maggioranza, come se ciò possa mettere in moto, oltre che un rimescolamento di carte tra gli stessi giocatori, le trasformazioni delle quali il Paese avrebbe bisogno, che invece richiederebbero la capacità di progettare e proporre vie del tutto alternative a quelle che il Paese ha percorso negli ultimi 15 anni.

Occorrerebbe invece, e soprattutto a sinistra, per quanto mi riguarda, la presenza di forze politiche che abbiano la capacità di intervenire nel dibattito politico con un progetto ed un'idea di società, e su questi misurarsi e stabilire alleanze e strategie.

Queste considerazioni conducono al problema principale della politica italiana: quello che ai partiti identitari della Prima Repubblica, fondati sì su culture politiche che affondavano le loro origini nel XIX° secolo, ma che comunque trovavano un riferimento importante nel radicamento culturale, sono subentrate formazioni politiche assolutamente prive di ogni forma di riferimento culturale, antico o moderno che sia. Ed incapaci pertanto di esprimere una qualsiasi idea di società sulla quale misurarsi, confrontarsi con le altre forze politiche, e chiedere il consenso dei cittadini.

Ed allora, se è doveroso considerare come condivisibili gli appelli ad un fronte comune di tutte le opposizioni, ad iniziare da quello di Bersani, va chiarito che ciò può avere un senso politico compiuto solo a condizione che l'avversione al berlusconismo e la comune volontà di ripristinare le condizioni di una normale vita democratica non ne siano l'unico legante. A ben vedere, la sussistenza di una normalità democratica non può fondarsi unicamente su istituzioni che formalmente la consentano e sul rispetto delle regole di uno Stato di Diritto, ma richiede anche una società aperta e coesa: cioè libera ed equa.

Ed è sulla definizione di questi aggettivi che si fa difficile un fronte comune di tutte le opposizioni: da Rutelli al PD, al PSI, a SEL, per non parlare di Ferrero (che onestamente ha dichiarato una disponibilità che non implichi la partecipazione a governi riformisti) corrono distanze grandi su molte questioni, che non si limitano a quelle riguardanti le scelte etiche e lo stato laico. E' allora opportuno che si inizi a fare chiarezza al riguardo, non solo per ricercare le condizioni di compatibilità per un fronte comune, ma soprattutto perché la politica italiana ha grande bisogno di chiarezza e di partiti “veri”, fondati su identità che, se non possono essere quelle logore del secolo passato, restano pur sempre il portato di culture politiche che guardino alla società di oggi e di domani. Solo a partire da queste chiarezze mi sembra possibile proporre al Paese l'alleanza elettorale e di potenziale governo di tutti coloro che intendono seriamente opporsi a questa destra. Poi, le elezioni potranno esser vinte o perse; ma, se perse, saranno state perse avendo iniziato a costruire seriamente un'alternativa non fondata su strategie incomprensibili o riposizionamenti di questo o di quello, ma fondata su un progetto riformatore competitivo con l'idea dell'Italia berlusconiana e tremontiana.

A maggior ragione quanto detto ha valore per tutte quelle forze che, da diverse matrici cultural-politiche, si rifanno alla categoria politica di “sinistra”. Se questo termine, in Italia, si è sclerotizzato in termini ideologici, altrove non è così, ed identifica la spinta verso una società progressivamente più aperta, libera ed equa, e la tutela giuridica e sociale del debole rispetto al forte.

Occorre allora che il mondo intellettuale e le forze di sinistra, senza preclusioni, inizino a confrontare e definire le loro posizioni attorno ad un progetto politico, ad un'idea di società alternativa a quella della destra, che queste avviino la costruzione, in termini non ideologici e prescindendo dagli anatemi e dagli steccati del XX° secolo, della cultura politica e del progetto di una società aperta e coesa.

Questo mi appare come il principale, urgente ed ineludibile compito di tutte le forze che, da provenienze diverse, si rifanno alla categoria politica di “sinistra”. E' un compito comunque necessario, a prescindere dalle probabili urgenze elettorali. Non è assolutamente scontato che questo processo possa condurre a conclusioni unitarie; anzi, è altamente improbabile. Ma può e deve condurre a collaborazioni preferenziali ed a comuni strategie, che consentano di uscire dal pantano attuale. Ed è solo a partire da questo chiarimento e da queste collaborazioni che può venir verificata la possibilità di un'intesa comune di tutto il fronte di coloro che intendono ripristinare normali condizioni di vita democratica.

Alle forze minori della sinistra, dal PSI ai Verdi, a SEL, ai liberali e laici di sinistra, a quella parte del PD che è più consapevole della necessità di uscire dal pantano, senza che alcuno abbia la pretesa di interferire nella altrui vita familiare, spetta di avviare questo processo.

Gim Cassano (19-08-2010)

domenica 11 luglio 2010

CHI PAGHERA' LA MANOVRA'? Le fasce più deboli




E' da mesi che veniamo rassicurati, ci è stato detto che abbiamo superato la crisi,che le cose in Italia vanno meglio che all'estero. Adesso: brusco cambiamento di rotta. Il governo italiano ha messo davanti agli occhi del suo popolo la necessità di compiere sacrifici molto pesanti per evitare "il rischio Grecia".
Il nostro super ottimista Silvio ha dichiarato che "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità". Come si permette di prendere ancora in giro il popolo italiano? Penso che dopo questa manovra sarà seriamente a rischio il welfare locale, specialmente nelle regioni meridionali.
Ci saranno tagli sui servizi essenziali, a discapito delle fasce più deboli. Come vorrebbe un principio di “giustizia sociale”, non si toglie ai ricchi per dare ai poveri, ma si agisce in modo contrario. Questo governo toglie al ceto medio, di conseguenza ci saranno ulteriori nuovi poveri nel nostro paese.
Questa “meraviglia” di manovra colpisce le famiglie italiane. I tagli incideranno sulle famiglie, senza tenere conto del carico familiare. Non si capisce che se mandiamo all'aria la famiglia arriviamo al suicidio demografico.
L'assistenza sanitaria pubblica, la scuola, i servizi per l'infanzia ecc, sono oggi considerati da una certa pubblicità asservita al potere come “sprechi” da cancellare e che devono essere affidati al “libero mercato”. Questo libero mercato senza regole è quello che ci ha regalato l'attuale crisi.
Intanto i poveri aumentano inesorabilmente anche se questo governo, contro ogni logica e non tenendo conto della realtà, tramite i mass media ci fa sapere che “siamo usciti brillantemente dalla crisi”.

sabato 29 maggio 2010

DISABILITA' E SOLITUDINE



Davanti a un portatore di handicap siamo colpiti dal suo dramma più evidente, cioè dal suo stato fisico. Difficilmente ci soffermiamo sui problemi psicologici che questo stato comporta.Bisognerebbe cercare di capire la sofferenza e il senso di solitudine e smarrimento che prova l'individuo con handicap. In questa nostra era automatizzata e superveloce, i modelli che ci vengono proposti giornalmente dai mass media sono di persone giovani, belle, forti ed efficienti che sono in grado di superare con un sorriso i vari problemi della vita. Guai ad essere inefficienti, disadattati, a dare l'impressione di non farcela a tenere il ritmo. La società odierna è molto complessa: da una parte ci sono più opportunità rispetto al passato, d'altra parte assistiamo a contraddizioni e difficoltà.

I depressi, i diversamente abili, chi ha difficoltà fisiche o psichiche oggi vivono male la vita di relazione e possono trovarsi in totale isolamento. Esistono categorie di persone che possono sentirsi disorientate, in un mondo ostile e trovare mille difficoltà sul loro cammino. Il portatore di handicap ha bisogno di sentirsi sempre accettato, di avvertire attorno a se quel calore e quell'armonia che solo un affetto costante può dargli. La sola famiglia non basta. Purtroppo i famigliari del disabile, a volte, si isolano e isolano il disabile con quella malattia che sentono come propria. Questo tipo di atteggiamento è deleterio. Nei casi più gravi la disabilità non può essere solo un problema della famiglia, ma dell'intera collettività. E' compito della società evitare che ciò si verifichi facilitando l'intervento del disabile nelle strutture sociali.

Le attuali norme a tutela degli invalidi prevedono l'abbattimento delle barriere architettoniche che possono ostacolare una completa autonomia e la creazione di nuove strutture alternative come, per esempio, rampe accessibili o carrozzine al posto dei gradini, parcheggi e posti riservati sui mezzi pubblici.

Bisognerebbe dare la priorità ai diritti di chi vive in situazione di disabilità. I disabili devono avere possibilità di scelta fra tutti i prodotti che la scienza mette a disposizione della collettività per raggiungere obiettivi di riabilitazione, integrazione e vita indipendente.

Per avere una vita indipendente il portatore di handicap deve potere disporre di mezzi che garantiscono la sua mobilità. Mi riferisco non soltanto alle barriere architettoniche, ma anche ai trasporti. Quello della mobilità è un grande problema perché la libertà di muoversi consente di andare a lavorare, di fare uso del tempo libero, persino di fare sport e di amare nel modo più conveniente. Per la vita indipendente occorre una cultura che consente il diritto all’autodeterminazione.

Nel nostro ordinamento, sebbene l’articolo 3 della Costituzione sancisca l’uguaglianza e la pari dignità di tutti i cittadini, i disabili restano fortemente discriminati nella nostra società.

Per quanto riguarda l'attività sportiva si va attuando una trasformazione per consentire la partecipazione a ogni attività da parte di persone più sfortunate di altre. Non tutti i portatori di handicap sono da ritenere soggetti esclusi dalla vita collettiva. Bisogna ricordare che la Federazione Italiana Sport-handicap annovera tra le sue fila più di 4.000 atleti che si cimentano in sport di carattere agonistico.

Bisogna che ciascuno di noi faccia la sua parte affinché tutte le differenze siano superate e non ci siano più cittadini di serie A e di serie B.