Di Rosario Amico Roxas
L’UE, articolata come è stata, e continua ad essere, è paragonabile ad un anomalo tavolo di poker a 28 giocatori, 26 dei quali si barcamenano in una specie di equilibrata uguaglianza, mentre due esigono la parte del leone, forti della loro economia, per cui impongono agli altri 26 il loro ritmo di gioco.
Chi si è seduto ad un tavolo di poker, sa bene che devono essere applicate formule in grado di impedire soverchie prepotenze da parte di chi possiede una maggiore potenzialità di rilancio. Così Inghilterra e Germania hanno imposto i loro interessi al di sopra di un equilibrato rapporto tra diritti e doveri, fermo restando il principio di reciprocità solidale; in tal modo tutto rischia di andare a gambe per aria.
L’Inghilterra ha tentato un bluff, minacciando l’uscita che, secondo loro, avrebbe dovuto atterrire gli altri 26. Non è andata così, perché il “bluff della perfida Albione (definizione di G. D’Annunzio)” non ha tenuto nel dovuto conto la fondamentale base egoistica della piccola e media borghesia, che nel referendum proposto dal governo inglese, ha votato massicciamente a favore dell’uscita della loro nazione dall’UE, atterrita dalla eventualità di rendere partecipi della loro opulenza quei disgraziati che fuggono dalle guerre e dalla miseria Nei tavoli di poker, sia pure anomali, il bluff è sempre un rischio, così l’Inghilterra, con il bluff del referendum, si ritrova fuori dalla Comunità Europea, dentro la quale non si è mai sentita integrata.
Ci sarebbe da dire “fuori uno !”.
Ma c’è ancora la Germania del quarto Reich, con la Merkel che sa bene di non avere nelle altre 26 nazioni, un potenziale antagonista, trattandosi, mediamente, di nazioni guidate da mezze cartucce, in grado di alzare la voce quando si ritrovano “dietro l’angolo”, ma poi, in presenza di Anghela, si calano le braghe, assumendo una scomoda posizione a 90°. Basti dire che il premier francese François Gérard Georges Nicolas Hollande, pur nella sua mediocrità, appare come un gigante.
Per carità di patria non mi pronuncio su Matteo Renzi, attualmente troppo impegnato a salvare le cuoia minacciate dal un referendum da lui stesso voluto, nel tentativo di realizzare un bluff, al quale nessuno ha creduto. A bluffare in quel tavolo anomalo ci provò anche l’ingenuo Berlusconi, illuso di poter controllare una situazione con la sola forza di una “scala fallita”; rilanciò ad alta voce, non tanto per intimidire gli avversari, quanto per farsi sentire in patria, dove le quotazioni personali seguivano lo spread pilotato dalla Merkel. Fu ingenuità, fu tracotanza, fu inettitudine, ma il risultato furono le dimissioni da capo del governo, che lo stesso definì “eleganti”, per salvare almeno la faccia.
Da europeista convinto, mi piace immaginare una diversa realtà europea, con 26 nazioni potenzialmente equilibrate, in grado di realizzare gli “Stati Uniti d’Europa”, e non per realizzare un equilibrato tavolo di anomalo poker, quanto per ricominciare daccapo, dall’idea primordiale che fu degli europeisti convinti, accomunati da un medesimo ideale di democrazia, solidarietà e anti-fascismo, nonché anti-nazismo, del quale non ci sarebbe più bisogno cancellando la Germania da un futuribile Stato Unito d’Europa.
domenica 3 luglio 2016
venerdì 6 maggio 2016
GIULIO REGENI: una verità da scoprire
di Michelangelo La Rocca
Tra il gennaio e il febbraio 2016 in Egitto è stato ucciso Giulio Regeni, un giovane ricercatore italiano dell’Università di Cambridge.
Giulio è stato rapito il 25 gennaio, giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, e il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio successivo.
Le condizioni della sua salma, ritrovata vicino al Cairo in un fosso lungo l’autostrada Cairo- Alessandria, hanno evocato ipotesi di tortura anche per i legami che Regeni aveva con il movimento sindacale che si oppone al regime egiziano.
Hanno colpito tutti alcune frasi pronunciate dalla madre di Giulio, la meravigliosa madre di Giulio, quando ha detto di avere riconosciuto suo figlio solo dalla punta del naso e quando ha affermato di aver visto sul viso del figlio “il male del mondo”.
L'uccisione del giovane Giulio è oggetto di un accesissimo dibattito politico in Italia, ma anche fuori dei confini italiani.
E soprattutto è diventato un caso diplomatico molto delicato nei rapporti tra Italia ed Egitto dato che ad oggi non sono chiare le finalità e le modalità di esecuzione del delitto in cui ha trovato la morte Giulio, un ragazzo della bella gioventù italiana, benvoluto da tutti e che, a detta di molti che lo conoscevano, col suo pensiero sprigionava un’incredibile energia.
Come sempre quando la ragion di Stato si intromette nella ricerca della verità si assiste ad un incredibile e farsesco balletto di versioni che sono vistosamente in contrasto con la verità, quella vera, quella che per essere definita non avrebbe bisogno di aggettivi.
Per certi versi sembra di assistere al contrasto che va avanti da anni ormai tra l’Italia e l’India sull’ancora irrisolto caso dei due marò italiani.
Ci si lamenta, e quasi sempre a ragione, della giustizia italiana per poi scoprire che, quando la giustizia viene amministrata secondo le regole degli ordinamenti di altri Stati (vedi appunto India ed Egitto), ci tocca rimpiangere quella italiana con i suoi tempi lunghi, le sue tante opacità e le sue mille contraddizioni.
La ricerca della verità è un imperativo categorico, lo si deve prima di tutto a Giulio, alla sua splendida madre, alla sua famiglia, all’Italia, agli egiziani che si oppongo al regime del maresciallo Abd al-Fattah al-Sisi, ai protagonisti della primavera araba, lo si deve all’opinione pubblica internazionale.
La diffusione di versioni sull’esecuzione del delitto in palese contrasto con quella che sembra la verità inoppugnabile dei fatti fino ad ora emersi ha il solo scopo di confondere le acque e rendere complicata se non impossibile la ricerca della verità.
Faccia attenzione il regime egiziano: la verità, come diceva Gramsci, è sempre rivoluzionaria e inoltre ha un vizio pericoloso: tende sempre a venire a galla, reclama con forza di essere svelata!
Dobbiamo dire che la giustizia italiana ed il Governo italiano fino ad ora si mossi bene, hanno mostrato di tenere in debita considerazioni i valori ai quali si deve ispirare la civiltà giuridica occidentale.
Anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella, con la sua ormai nota sensibilità umana ed istituzionale, in occasione del Meeting nazionale delle scuole per la pace, la fraternità e il dialogo riferendosi all’uccisione di Giulio ha affermato che «Non vogliamo e non possiamo dimenticare la sua passione e la sua vita orribilmente spezzata».
Speriamo che il Governo Italiano sappia tenere la barra dritta, che non si pieghi alla ragion di Stato accontentandosi di verità di comodo. Se ciò dovesse accadere verrebbe compromesso il prestigio internazionale del nostro Paese.
Sappia il Governo Italiano che è meglio non cercare la verità piuttosto che far finta, solo finta, di cercarla.
Non ci sono ragioni economiche che tengano: ne va del nostro prestigio internazionale ormai ridotto all’osso!
Lo sappiano il Premier Matteo Renzi e tutti i suoi ministri: per l’Italia, per gli Italiani sarebbe un imperdonabile tradimento!
Lasciamo in triste solitudine la Francia che si sta rendendo protagonista di un assordante silenzio per non compromettere la firma di qualche contratto economicamente allettante; una delusione simile dalla terra che ha dato i natali a Voltaire e che è tata la culla dell’Illuminismo nessuno se la sarebbe mai aspettata!
Per fortuna sta crescendo di giorno in giorno la pressione internazionale ed è sceso pesantemente in campo anche in New York Times che con un commento firmato dall’Editorial Board, ossia dal giornale nel suo insieme, si schiera con la linea dura dell’Italia e attacca il presidente Hollande prossimo a stringere la mano ad al Sisi
Proprio l’intervento del New York Times ha costretto Hollande a porre il caso Regeni durante l’incontro con Al Sisi, ma avrebbe dovuto spedire al mittente la farneticante affermazione secondo la quale in Egitto non valgono i diritti umani europei.
Aggiungiamo che sarebbe auspicabile una convinta e convincente iniziativa dell’Unione Europea per fare uscire allo scoperto il regime egiziano costringendolo a dire la verità, tutta la verità.
Diciamo che in un momento in cui la vecchia Europa sta attraversando una pericolosa crisi d’identità potrebbe essere un’occasione più unica che rara per far sentire la propria voce e per dimostrare di esistere ancora.
Non sarebbe molto, ma visti i tempi che corrono non sarebbe poco.
La verità quella vera, senza aggettivi, per il suo antico fascino meriterebbe l’attenzione del vecchio Continente.
Fino ad oggi ha preso una posizione troppo timida, troppo blanda ed invece occorre un pronunciamento forte e deciso, l’unico che sarebbe capace di costringere l’Egitto ad abbandonare questo atteggiamento di mistificazione e derisione della verità che ogni giorno prende sempre più corpo.
Proprio per questa debole presa di posizione europea l’Egitto, non solo fa di tutto per non svelare la verità, ma si consente atteggiamenti arroganti e sprezzanti come il recente arresto del consulente della famiglia Regeni o come la sconcertante sortita di Rania Yassen, presentatrice della rete egiziana Al Ahdath, che ha avuto l’ardire di parlare di un complotto e di mandare al diavolo il povero Giulio.
Speriamo che alla fine, anche se ad oggi prevale il pessimismo, la ragione prevalga su tutto, anche sulle miserie della ragion di Stato.
Giulio e sua madre se lo aspettano e se lo meritano: non possiamo, non dobbiamo deluderli!
La bella gioventù italiana
Come è bella
la gioventù italiana,
in giro per il mondo
scavalcando muri
e fili spinati,
superando i confini
fra i vari Stati.
Cercando verità,
giustizia, amore,
trova la morte,
l’atroce dolore.
Se ne è andata
la bella Valeria,
non c’è più
l’eroico Giulio!
E’ mesto il leone
a San Marco,
è incredulo il Friuli,
scosso, attonito.
Morti innocenti
saranno un monito
per tutti i potenti:
Benché uccisi
sono ancora viventi.
La grande energia
del loro pensiero,
le coscienze ha scosso
del mondo intero,
nulla sarà come prima,
arriverà la luce
nei bui meandri
del potere opprimente:
Sembra invincibile,
conterà niente!
Poesia di Michelangelo La Rocca
lunedì 25 aprile 2016
La Riforma della Costituzione ed il principio di precauzione.
di Michelangelo La Rocca
Dopo anni e tanti tentativi infruttuosi il Parlamento ha approvato una significativa riforma della Costituzione Italiana nata dalla Resistenza per consolidare e difendere la democrazia e la libertà appena conquistate.
Questa riforma ha preso spunto da esigenze e necessità largamente condivise: eliminare il bicameralismo perfetto, dare maggiore stabilità al sistema politico italiano, ridurre il numero dei parlamentari ed altri e tanti altri.
Nonostante ciò le forze politiche si sono divise e la riforma è stata approvata col solo voto favorevole del PD e dei suoi piccoli e pochi alleati provenienti, tra l’altro, in modo trasformistico da schieramenti opposti.
La critica principale che viene rivolta è quella che tale riforma, se approvata, in combinato disposto con la nuova legge elettorale (il c.d. italicum) comporterebbe il rischio di una svolta autoritaria col timore che possa instaurarsi una sorta di dittatura della maggioranza e dell’uomo “solo al comando” di tale maggioranza.
Chi scrive, da sempre interessato alle sorti democratiche del proprio Paese, oggi è in un momento di sofferta riflessione su cosa sia meglio fare, contrastato tra la consapevolezza che una riforma sia necessaria ed il timore che, per i motivi espressi prima, non sia la migliore delle riforme possibili.
Nel mezzo di questa sofferta ed incerta riflessione mi è venuto in mente che nella scienza medica a tutela della salute si applica il principio di “precauzione”.
Se esiste anche solo un serio dubbio che la costruzione di un impianto, l’uso di un materiale di una tecnologia possano mettere a rischio la salute dei cittadini la costruzione di quell’impianto non si autorizza, quei materiali e quella tecnologia non si usano.
Credo che la democrazia e la libertà rappresentino la salute della nostra anima e se esiste un ragionevole dubbio, ed a sentire tanti ed illustri costituzionalisti questo dubbio, che la Riforma della Costituzione di conio renziano possa mettere a rischio la salute della nostra anima di cittadini liberi e democratici questa riforma non deve essere approvata: Ed io non l’approverò!!!
Dopo anni e tanti tentativi infruttuosi il Parlamento ha approvato una significativa riforma della Costituzione Italiana nata dalla Resistenza per consolidare e difendere la democrazia e la libertà appena conquistate.
Questa riforma ha preso spunto da esigenze e necessità largamente condivise: eliminare il bicameralismo perfetto, dare maggiore stabilità al sistema politico italiano, ridurre il numero dei parlamentari ed altri e tanti altri.
Nonostante ciò le forze politiche si sono divise e la riforma è stata approvata col solo voto favorevole del PD e dei suoi piccoli e pochi alleati provenienti, tra l’altro, in modo trasformistico da schieramenti opposti.
La critica principale che viene rivolta è quella che tale riforma, se approvata, in combinato disposto con la nuova legge elettorale (il c.d. italicum) comporterebbe il rischio di una svolta autoritaria col timore che possa instaurarsi una sorta di dittatura della maggioranza e dell’uomo “solo al comando” di tale maggioranza.
Chi scrive, da sempre interessato alle sorti democratiche del proprio Paese, oggi è in un momento di sofferta riflessione su cosa sia meglio fare, contrastato tra la consapevolezza che una riforma sia necessaria ed il timore che, per i motivi espressi prima, non sia la migliore delle riforme possibili.
Nel mezzo di questa sofferta ed incerta riflessione mi è venuto in mente che nella scienza medica a tutela della salute si applica il principio di “precauzione”.
Se esiste anche solo un serio dubbio che la costruzione di un impianto, l’uso di un materiale di una tecnologia possano mettere a rischio la salute dei cittadini la costruzione di quell’impianto non si autorizza, quei materiali e quella tecnologia non si usano.
Credo che la democrazia e la libertà rappresentino la salute della nostra anima e se esiste un ragionevole dubbio, ed a sentire tanti ed illustri costituzionalisti questo dubbio, che la Riforma della Costituzione di conio renziano possa mettere a rischio la salute della nostra anima di cittadini liberi e democratici questa riforma non deve essere approvata: Ed io non l’approverò!!!
martedì 12 aprile 2016
Croce e Einaudi
Di Rosario Amico Roxas In un dibattito come questo è importante capire e farsi capire, quindi l’itinerario può farsi anche sdrucciolevole, purché chiaro. Ritengo Croce,il più importante intellettuale del secolo scorso
Correttamente mi viene posta da alcuni lettori, sulle pagine de “L’Espresso” rubrica di Stefania Rossini, l’esigenza di guardare “anche” a Einaudi, proponendo una commemorazione negativa a fronte di quella positiva formulata per Croce.
L’argomento mi sollecita, ma bisogna dilatare il discorso prima di lanciarsi in assoluzioni o in condanne (non ne avrei il titolo). Con Croce parliamo di liberalismo, magari erede delle cultura di fine ottocento, quella cultura che impose a Croce una scelta di opposizione quando si trattò di votare l’inserimento nella Costituzione del Concordato del 1929; di contro, e la cosa meravigliò molti, ci fu l’approvazione da parte di Togliatti, con una scelta di alta strategia politica e diplomatica. In quel caso l’erede del liberalismo ottocentesco dovette seguire l’impegno culturale laico con punte anticlericali, mentre Togliatti aspirata a entrare, di forze e con convinzione nella sfera governativa. Già fin da allora apparve la distinzione tra “liberalismo” e “liberismo”, distinzione che toccherà il massimo della contraddittorietà con i goveni Berlusaconi, falsamente presentati come “liberali.
Non concordo con quanti, ipocritamente assimilano liberalismo con liberismo, come se si trattasse di parenti stretti, oppure di discendenza diretta. Il liberalismo si è nutrito di capitalismo, ma nel rispetto delle regole, quando la società civile meritava di essere identificata come “civile”.
L’antitesi tra liberalismo e liberismo non nasce in epoca remota, ma si è accentuata con la disgregazione dell’ideale liberale, quando le differenze si fecero tali da porre i loro contenuti in antitesi fra di loro.
Il liberalismo voleva e vuole educare gli uomini perché insegna ad auto realizzarsi, perchè l'individuo si perfeziona solo se è libero di realizzarsi come meglio crede. Nel liberalismo storico è nucleo centrale la meritocrazia che risulta strettamente connessa a un'economia di mercato. Esattamente l’opposto di quanto sostenuto dal neo-liberismo targato Berlusconi.
Fu Benedetto Croce ad avviare un dibattito tra liberalismo e liberismo, allo scopo di differenziare le libertà economiche dalle libertà civili, attribuendo alle seconde un rango nettamente superiore alle prime. La distinzione iniziale fu di carattere culturale, ma con dichiarata supremazia delle libertà civili, nel rispetto dell’altrui libertà che non deve essere sopraffatta in nome del mercato.
Dopo questa premessa ecco evidenziarsi talune differenze tra Croce ed Einaudi, senza la pretesa di giudicare, assolvere o condannare, bensì semplicemente annotare; nessuno dei due avrebbe nemmeno immaginato di veder mortificato l’ideale liberale come è accaduto con la “discesa” in politica (il termine, usato dallo stesso Berlusconi, è proprio quello esatto, perché mai, pur nella millenaria storia di Roma, la politica è scesa così in basso, al punto da dover ricorrere a Caligola per trovare un parallelo credibile) di Berlusconi; fin dall’inizio del suo governo venne descritto come liberismo, volendo utilizzare un termine che è diventato dispregiativo e, per questo, antitetico al liberalismo.
Il liberalismo perse così i suoi contorni, fagocitato dal nuovo liberismo berlusconiano che fece scempio della libertà individuale e del rispetto delle altrui libertà, per dare spazio alla legge del più forte, del meno dotato di scrupoli, con lo stimolo all’evasione fiscale, con l’abolizione del reato di falso in bilancio, con le turbative d’asta diventate metodo di attribuzione. La Stato promise (e mantenne la promessa) il suo disinteressamento, per lasciare libero il mercato di regolamentarsi da solo, ma fece di più per incoraggiare tutto ciò che uno Stato democratico avrebbe identificato come reato penale: il liberismo berlusconiano ha provveduto a tranquillizzare i suoi sostenitori, inventando sanatorie l’una dopo l’altra, condoni che premiavano gli evasori e punivano i redditi dipendenti, costretti a pagare alla fonte; quindi il massimo con lo scudo fiscale che permise il rientro dei capitali frutto di evasione fiscale e dei movimenti economici che hanno dilatato a dismisura il debito pubblico, garantendo il diritto all’anonimato ottenendo in cambio la gratitudine (e la protezione) di tutte le mafie, anche quelle rinnovate con i colletti bianchi.
Liberismo assume oggi una valenza dispregiativa, che ai veri liberali ortodossi e proiettati verso “un liberalismo del terzo millennio”, non conviene nemmeno ricordare.
Oggi l’Italia intera è chiamata a pagare gli errori commessi in mala fede, che hanno arricchito pochi e depauperato la stragrande maggioranza del paese.
Il liberalismo può ancora partecipare, a pieno diritto, ad un nuovo risorgimento economico, politico, sociale ed etico, ma deve dialogare con le parti che fin ora sono state identificate come avversari, per promuovere una sempiterna “lotta di classe” a vantaggio della classe più opulenta, collocandosi al Centro della politica e in dialogo costruttivo con la Destra conservatrice purchè democratica e col la sinistra social-democratica non marxista
Con la fine di Berlusconi, finisce il liberismo di mercato, dello Stato disattento, dei condoni e delle sanatorie, nonché delle leggi ad personam; finisce, praticamente “il capitalismo liberista” che dovrebbe poter essere sostituito dal “capitalismo sociale” che nasce dall’incontro (e non più dallo scontro) del capitale-denaro con il capitale-lavoro, disposti, entrambi, paritariamente, a collaborare nella solidarietà sociale.
Correttamente mi viene posta da alcuni lettori, sulle pagine de “L’Espresso” rubrica di Stefania Rossini, l’esigenza di guardare “anche” a Einaudi, proponendo una commemorazione negativa a fronte di quella positiva formulata per Croce.
L’argomento mi sollecita, ma bisogna dilatare il discorso prima di lanciarsi in assoluzioni o in condanne (non ne avrei il titolo). Con Croce parliamo di liberalismo, magari erede delle cultura di fine ottocento, quella cultura che impose a Croce una scelta di opposizione quando si trattò di votare l’inserimento nella Costituzione del Concordato del 1929; di contro, e la cosa meravigliò molti, ci fu l’approvazione da parte di Togliatti, con una scelta di alta strategia politica e diplomatica. In quel caso l’erede del liberalismo ottocentesco dovette seguire l’impegno culturale laico con punte anticlericali, mentre Togliatti aspirata a entrare, di forze e con convinzione nella sfera governativa. Già fin da allora apparve la distinzione tra “liberalismo” e “liberismo”, distinzione che toccherà il massimo della contraddittorietà con i goveni Berlusaconi, falsamente presentati come “liberali.
Non concordo con quanti, ipocritamente assimilano liberalismo con liberismo, come se si trattasse di parenti stretti, oppure di discendenza diretta. Il liberalismo si è nutrito di capitalismo, ma nel rispetto delle regole, quando la società civile meritava di essere identificata come “civile”.
L’antitesi tra liberalismo e liberismo non nasce in epoca remota, ma si è accentuata con la disgregazione dell’ideale liberale, quando le differenze si fecero tali da porre i loro contenuti in antitesi fra di loro.
Il liberalismo voleva e vuole educare gli uomini perché insegna ad auto realizzarsi, perchè l'individuo si perfeziona solo se è libero di realizzarsi come meglio crede. Nel liberalismo storico è nucleo centrale la meritocrazia che risulta strettamente connessa a un'economia di mercato. Esattamente l’opposto di quanto sostenuto dal neo-liberismo targato Berlusconi.
Fu Benedetto Croce ad avviare un dibattito tra liberalismo e liberismo, allo scopo di differenziare le libertà economiche dalle libertà civili, attribuendo alle seconde un rango nettamente superiore alle prime. La distinzione iniziale fu di carattere culturale, ma con dichiarata supremazia delle libertà civili, nel rispetto dell’altrui libertà che non deve essere sopraffatta in nome del mercato.
Dopo questa premessa ecco evidenziarsi talune differenze tra Croce ed Einaudi, senza la pretesa di giudicare, assolvere o condannare, bensì semplicemente annotare; nessuno dei due avrebbe nemmeno immaginato di veder mortificato l’ideale liberale come è accaduto con la “discesa” in politica (il termine, usato dallo stesso Berlusconi, è proprio quello esatto, perché mai, pur nella millenaria storia di Roma, la politica è scesa così in basso, al punto da dover ricorrere a Caligola per trovare un parallelo credibile) di Berlusconi; fin dall’inizio del suo governo venne descritto come liberismo, volendo utilizzare un termine che è diventato dispregiativo e, per questo, antitetico al liberalismo.
Il liberalismo perse così i suoi contorni, fagocitato dal nuovo liberismo berlusconiano che fece scempio della libertà individuale e del rispetto delle altrui libertà, per dare spazio alla legge del più forte, del meno dotato di scrupoli, con lo stimolo all’evasione fiscale, con l’abolizione del reato di falso in bilancio, con le turbative d’asta diventate metodo di attribuzione. La Stato promise (e mantenne la promessa) il suo disinteressamento, per lasciare libero il mercato di regolamentarsi da solo, ma fece di più per incoraggiare tutto ciò che uno Stato democratico avrebbe identificato come reato penale: il liberismo berlusconiano ha provveduto a tranquillizzare i suoi sostenitori, inventando sanatorie l’una dopo l’altra, condoni che premiavano gli evasori e punivano i redditi dipendenti, costretti a pagare alla fonte; quindi il massimo con lo scudo fiscale che permise il rientro dei capitali frutto di evasione fiscale e dei movimenti economici che hanno dilatato a dismisura il debito pubblico, garantendo il diritto all’anonimato ottenendo in cambio la gratitudine (e la protezione) di tutte le mafie, anche quelle rinnovate con i colletti bianchi.
Liberismo assume oggi una valenza dispregiativa, che ai veri liberali ortodossi e proiettati verso “un liberalismo del terzo millennio”, non conviene nemmeno ricordare.
Oggi l’Italia intera è chiamata a pagare gli errori commessi in mala fede, che hanno arricchito pochi e depauperato la stragrande maggioranza del paese.
Il liberalismo può ancora partecipare, a pieno diritto, ad un nuovo risorgimento economico, politico, sociale ed etico, ma deve dialogare con le parti che fin ora sono state identificate come avversari, per promuovere una sempiterna “lotta di classe” a vantaggio della classe più opulenta, collocandosi al Centro della politica e in dialogo costruttivo con la Destra conservatrice purchè democratica e col la sinistra social-democratica non marxista
Con la fine di Berlusconi, finisce il liberismo di mercato, dello Stato disattento, dei condoni e delle sanatorie, nonché delle leggi ad personam; finisce, praticamente “il capitalismo liberista” che dovrebbe poter essere sostituito dal “capitalismo sociale” che nasce dall’incontro (e non più dallo scontro) del capitale-denaro con il capitale-lavoro, disposti, entrambi, paritariamente, a collaborare nella solidarietà sociale.
martedì 5 aprile 2016
Se la sanità è più malata dei suoi pazienti...
Di Michelangelo La Rocca
Tra i compiti fondamentali dello Stato e delle sue diverse articolazioni istituzionali, in particolare le Regioni, c’è sicuramente la tutela della nostra salute.
Oggi questo delicatissimo compito viene assolto soprattutto dalle Regioni tramite il Servizio Sanitario Nazionale.
Diciamo subito che la vecchia Europa, ed all’interno di essa la nostra Italia, sono conosciuti nel mondo per servizi sanitari avanzati e solidaristici e non è un mistero che persino Obama per la sua riforma sanitaria si è in qualche modo ispirato ai sistemi europei.
Nonostante ciò pensiamo che il sistema sanitario italiano possa, anzi debba, funzionare meglio, eliminare atavici ritardi, far diventare i propri servizi omogenei su tutto il territorio perché ora i livelli delle prestazioni sanitarie variano da Regione a Regione e, ad esempio, in Sicilia non hanno la stessa qualità che hanno in Lombardia.
Ancora oggi sono frequenti i così detti viaggi della speranza che portano pazienti da Agrigento a Milano per tutelare il bene più prezioso che abbiamo: la salute, la nostra salute.
Tutt’ora si muore di parto negli ospedali e si è costretti ad interrogarci se queste morti verificatesi durante le feste di fine anno abbiano avuto a che fare con la particolare organizzazione dei turni di lavoro di quel periodo: simili dubbi in un Paese civile non dovrebbero sorgere mai.
E’ doverosa una premessa, mi accingo a scrivere queste considerazioni sulla sanità italiana senza vantare alcuna specifica competenza in merito se non quella di utente, di paziente.
Può sembrare una competenza, un’esperienza di poco conto, ma non è così. Se ci pensiamo bene il “paziente” dovrebbe essere al centro del sistema sanitario se è vero, come è inconfutabilmente vero, ciò che abbiamo detto in principio di questo scritto: e cioè che la precipua finalità del Servizio Sanitario Nazionale è quella, non può che essere quella, di tutelare la salute del paziente, la salute in tutte le sue varie articolazioni: quella fisica e quella psichica.
E’ così?
E’ la domanda alla quale proverò a dare una risposta al termine di questa mia riflessione, ma temo che alla fine la risposta non sarà positiva, anzi sarà tutt’altro che positiva.
Chi è il paziente?
Il paziente, in medicina, è una persona che si rivolge ad un medico o ad una struttura di assistenza sanitaria per accertamenti o problemi di salute.
Il termine deriva dal latino patiens, il participio presente del verbo pati, intendendo "sofferente" o "che sopporta".
Paziente è anche chi fa esercizio di pazienza, che sa attendere, sa tollerare. E diciamo che termine migliore non si potesse scegliere per indicare l’utente della sanità, la sua è una vita di lunghe attese, di tante sopportazioni, di infinite tolleranze.
Non a caso e non per caso un problema che cronicamente affligge la sanità italiana sono le famigerate liste d’attesa, sempre lunghe ed interminabili.
Tanti, tantissimi governanti in campagna elettorale (solo in campagna elettorale) hanno annunciato di voler ridurle od addirittura eliminarle senza mai riuscirci.
Ancora oggi anche nel più virtuoso Nord dell’Italia non è raro dovere attendere più di un anno per una visita oculistica o quasi un anno per un ricovero per un intervento chirurgico anche di ordinaria amministrazione.
Tutto questo capita per caso?
Secondo me no.
Avendo avuto a che fare con la sanità di varie Regioni italiane (dalla Sicilia alla Liguria, dal Piemonte alla Lombardia, dalla Toscana all’Emilia-Romagna), posso dire che il problema dei problemi, quello che ammorba il sistema sanitario nazionale è l’insano rapporto che c’è tra la sanità pubblica e la sanità privata, un rapporto non di virtuosa concorrenza ma di morbosa complicità.
Fino a quando non sarà tagliato l’ammorbato cordone ombelicale che lega i due sistemi la sanità italiana sarà chiamata a curare prima di tutti se stessa: è triste ammetterlo, ma è così.
E credo che il modo per recidere in modo netto questo patologico cordone ombelicale è uno, uno soltanto: prevedere l’assoluta incompatibilità tra impiego nella sanità pubblica e quello nella sanità privata.
Un solo Ministro della Salute ci ha provato ed è stata Rosi Bindi, ma la sua permanenza in quel ministero è durata lo spazio di un solo mattino e quello che è più grave è il dovere constatare che è stato il suo stesso partito a silurarla senza prova d’appello.
Domandiamoci il perché.
Una prima risposta ci è venuta da un’indagine tutt’ora in corso sulla sanità lombarda dalla quale si è appreso di tangenti pagate per allungare le liste d’attesa nelle strutture pubbliche per favorire le strutture private.
E’ notorio che oggi i migliori primari ospedalieri visitano privatamente e lavorano anche nelle cliniche private.
Spesso le visite private, dopo le quali emettono (quando le emettono) salatissime parcelle per pochi minuti di prestazione, non servono ad altro che a prenotare un posto in un pubblico ospedale magari per essere sottoposti ad un intervento chirurgico.
Tutti lo fanno, tutti lo sanno, ma nessuno interviene: come mai?
Ma non finisce qui. Altro pernicioso male che affligge la sanità è la corruzione, non passa mese senza che si verifichi uno scandalo di gravità inaudita, che coinvolga dirigenti di alto livello e politici di primaria importanza: è di pochi giorni fa lo scandalo che ha coinvolto la Regione Lombardia e non è prima volta che ciò accade.
E quello che scandalizza ancora di più è il fatto che gravi fatti corruttivi accadano in una Regione che si vanta, e forse anche non a torto, di avere un sistema sanitario di eccellenza, il migliore in Italia.
La corruzione è un cancro che ha ammorbato l’anima del nostro Paese, che l’ha relegato ai margini dell’Europa accostandolo dal punto di vista etico ai Paesi del terzo mondo.
La dimensione quantitativa del fenomeno corruttivo è tanta e tale da incidere anche sulla crisi economica, se solo si pensa che la spesa sanitaria assorbe più della metà dei bilanci delle Regioni italiane è facile capire di che cifre si sta parlando.
La corruzione ha effetti cancerogeni sul tessuto etico del nostro Paese, ma la corruzione nella sanità è ancora più perniciosa e mortifera: sottrarre risorse, e spesso ingenti risorse, alle terapie, alla ricerca contro le malattie più pericolose e mortali non è soltanto un delitto contro la pubblica amministrazione, è qualcosa di più e di più grave e come tale deve essere affrontato sia a livello di prevenzione che di repressione.
Serve una più appropriata e severa quantificazione delle pene, proporzionate all’efferatezza dei delitti commessi.
Sottrarre anche solo un centesimo di euro alla lotta contro le malattie e le sofferenze, spesso atroci, che esse provocano è inaccettabile, intollerabile, chi si macchia di simili crimini non merita di essere considerato un essere umano.
E’ amaro dirlo, lottare contro le malattie, specie quelle croniche e più perniciose, è terribile, ma spesso avere a che fare col sistema sanitario è anche peggio: parola di paziente!
giovedì 3 marzo 2016
Generazione di precari
Il presidente dell'INPS Tito Boeri ha rilasciato la sconcertante notizia: i trentenni di oggi andranno in pensione a 75 anni (io aggiungo “se tutto va bene”). Si tratta dunque di una generazione precaria, perdente, destinata a lavorare a lungo e ad avere poco nella vecchiaia. Sono queste le cose che danno fastidio, che fanno perdere il buon umore e l'appetito. Ogni giorno di più ci rendiamo conto di come un giovane difficilmente trova un lavoro, anche se ha in mano una laurea. Prospera il lavoro nero (quando c'è) e sono pochi coloro che riescono ad ottenere un impiego a tempo indeterminato. La laurea non è più una “carta sicura” per ottenere un lavoro.
Laureati di tutti i tipi aumentano di anno in anno e, quindi, inevitabilmente il “pezzo di carta” che prima serviva per entrare nel mondo del lavoro, viene sempre di più svalutato. L’università italiana sta “scoppiando" e la facoltà di medicina ne è un esempio. Si devono fare i turni per permettere ai giovani di accedere ai laboratori.
Se è vero che la scuola deve preparare i giovani alla vita, essa (anche quando non fornisce una preparazione professionale) dovrebbe sempre tendere a mettere il giovane in grado di acquisire certe cognizioni che gli saranno utili per il suo inserimento nella vita sociale e professionale.
L'epoca attuale, in cui viviamo, è caratterizzata dal veloce evolversi della civiltà e dal progredire della scienza e della tecnica. In questa era di automazione, di viaggi spaziali e di cervelli elettronici, si fanno sempre maggiori le esigenze di una preparazione professionale migliore e più ampia del passato. Molti giovani rimpiangono di essersi laureati e pensano di “avere perduto tempo inutilmente”. In effetti oggi vengono rilasciate lauree che non permettono al giovane di lavorare, sposarsi, mantenere con decoro una famiglia. È appunto per questo motivo che ci si sposa sempre più tardi e la natalità diminuisce...
Il nostro è un tempo di ricerca. Il mondo in cui viviamo è dinamico, meravigliarsi di ciò che è nuovo od attardarsi su vecchi schemi non è più accettabile.
Diventa sempre più difficile per i giovani italiani inserirsi nel mondo del lavoro, la disoccupazione aumenta e un giovane senza lavoro e senza prospettive può diventare preda del vizio, della droga, della criminalità. Spero che i nostri governanti diano la priorità all’inserimento dei giovani nel mondo della vita lavorativa
Spero che si capisca il concetto che soltanto lavorando e traendo da un’onesta attività la soddisfazione di continuare a vivere, si può vivere con dignità e si può disciplinare la propria mente e il proprio corpo alla scuola dell’operosità. Il lavoro è un alimento per l’anima come il cibo lo è per il corpo, non potrebbe essere diversamente poiché chi non svolge nessuna attività si sente relegato in un angolo buio dell’esistenza.
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venerdì 22 gennaio 2016
Il giorno della memoria
Il 27 gennaio sarà il Giorno della Memoria, istituito per volontà del Presidente della Repubblica Ciampi. È stato scelto questo giorno poiché la liberazione dei deportati ad Auschwitz avvenne in tale data, nel 1945, da parte dell’esercito sovietico. I versi della poesia Shemà introducono il libro "Se questo è un uomo" di Primo Levi. In questo libro ed in altri suoi scritti, Levi esprime con forza il dovere della testimonianza che, come ex deportato ad Auschwitz, sentiva con forza, e il dovere della memoria, che adesso è anche nostro. “Shemà”, in ebraico, significa “ascolta”, ed è parafrasi della preghiera più conosciuta della fede israelita, contenuta nella Bibbia (Deuteronomio 6,4-7). “Ascolta” nel senso di “devi ascoltare!”: abbiamo il dovere di ascoltare e ricordare. Coloro che vissero la tragica esperienza dei campi di sterminio fra pochi anni, per motivi anagrafici, non saranno più tra noi. Il Giorno della Memoria diviene sempre più un’occasione per impegnarsi affinché lo sterminio pianificato di un intero popolo non debba mai più ripetersi e per battersi con energia affinché ogni genocidio sia impedito. L’unicità dello sterminio degli ebrei (in ebraico Shoà) è un fatto, ma il Giorno della Memoria deve servire anche come monito affinché noi possiamo aprire gli occhi su tutti i genocidi contemporanei, e ci alziamo in piedi per batterci contro di essi. Bisogna battersi contro ogni tipo di razzismo e mai più gli esseri umani siano distinti in razze. Come affermava Albert Einstein, “esiste soltanto una razza, la razza umana”.
Nell’estate del 1942 i tedeschi decisero la “soluzione finale”, cioè lo sterminio sistematico dell’intero popolo ebraico. Oltre agli ebrei, furono deportati e sterminati i “diversi”: malati di mente, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, criminali comuni e oppositori del regime (comunisti, socialisti,libertari e così via). Quanti si indignavano quando il vicino di casa, il collega, l’amico spariva dalla circolazione? Quando intere famiglie di ebrei erano evacuate dalle loro case, caricate su vagoni-bestiame e private di tutto ciò che possedevano? Quanti sentivano la propria coscienza ribellarsi? Forse la paura era più forte di qualsiasi altro sentimento?
La responsabilità italiana
Non soltanto la Germania ebbe responsabilità del genocidio. L’Italia fascista fu il maggiore alleato del regime nazista ed ebbe grandi responsabilità per quanto riguarda il genocidio degli ebrei. Nel 1938 le “leggi per la difesa della razza” furono la manifestazione giuridica di una politica dichiaratamente antiebraica. In seguito a ciò gli insegnanti ebrei persero la cattedra, tutti i ragazzi giudei furono cacciati fuori dalla scuola pubblica, a molti commercianti fu bruciato il negozio. La rivista "La difesa della razza" di Interlandi e Giorgio Almirante, dal 1938, propagandò l’odio razziale e antisemita. Vi furono persone che si macchiarono della grandissima colpa di denunciare anonimamente intere famiglie di ebrei e farle deportare nei campi di sterminio. Ci chiediamo se tali responsabili hanno ripensato a tali fatti con sentimenti di ravvedimento.
I giusti tra le nazioni
Bisogna anche ricordare che vi furono alcune persone che aiutarono molti ebrei a salvarsi. Essi hanno ricevuto il titolo dallo Stato di Israele di “giusti tra le nazioni”. Uomini come Schindler, Palatucci e Perlasca dimostrarono al mondo che la dignità umana poteva ancora esistere, anche a
costo di pagare con la propria vita. Palatucci, infatti, morì in un campo di sterminio nazista, dopo aver salvato migliaia di ebrei da tale tragica sorte. Si dice giustamente di lui che amò il suo prossimo non come sé stesso, ma più di sé stesso. Bisogna augurarsi che mai più accada che l’uomo sia degradato e disprezzato come è accaduto con la Shoà e che la società futura porti pace e armonia fra tutti i popoli del mondo.
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